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Il tempo qui a Mutoyi scorre con una rapidità inesorabile, e in un attimo ci troviamo già a metà del nostro viaggio. Ogni giornata lascia spazio alla notte, e poi a quella successiva e a quella dopo ancora, senza quasi darci il tempo e l’accortezza di staccare i foglietti con le date sul calendario di Frate Indovino, che capeggia in cucina vicino al refettorio con i suoi immancabili consigli e proverbi popolari.
Sono gli eventi della natura, soprattutto quelli ciclici con una cadenza temporale regolare, che mi fanno fermare per un istante e riflettere sul significato del trascorrere delle ore, dei giorni, dei mesi: la luna, per esempio, che proprio in queste notti, noto, sta raggiungendo la posizione del plenilunio per la terza volta da quando siamo arrivati a Mutoyi una sera di due mesi fa, quando anche allora splendeva – piena - nel cielo africano nero e stellato; oppure l’alternarsi dei ritmi dei lavori nei campi, che adesso, con l’inizio della secca, richiedono un grande impegno…
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Ciao a tutti, sono Elisa. Non mi conoscete ma provo a raccontarmi in breve. Sono arrivata a metà maggio qui a Mutoyi un po’ per caso. Ho conosciuto il VISPE qualche mese fa tramite amici e ho colto al volo l’occasione di fare un’esperienza di missione, cosa che desidero da sempre. Sono infermiera, ho 28 anni e in quel di Gallarate con le poche competenze e la poca fede che ho cerco di accompagnare da questa vita a quell’altra i malati terminali. Pensavo di aver capito già tanto della mia vita, e invece circa un annetto fa si è ribaltato un po’ tutto, così ho deciso di partire, non tanto per aiutare i poveri ma per farmi aiutare da loro. E ho fatto bene. In questi giorni la loro gioia mi ha disarmata: come fanno ad essere così felici seppur nella povertà più assoluta? Guardandoli mi sono venute in mente le parole di Gesù: “ Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la da il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore enon abbia timore”. Questa povera gente, proprio perc…
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È tempo di raccolti a Mutoyi e noi non potremmo essere più contenti di poter finalmente lavorare gomito a gomito con gli abarundi e faticare insieme a loro. Questa settimana, ci informa mama Fiorenza, è il turno degli ibiharage, i fagioli. I primi tre giorni della settimana, ogni mattina, ci presentiamo a N’kuba, armati di tanta energia, voglia di lavorare e pazienza. Come prima cosa, però, appena arrivati vogliamo salutare i bambini, guardare nei loro grandi occhi e stringere quelle morbide e minuscole manine. Alcuni ci saltano in braccio, altri ci rincorrono, i più timidi accennano solo un quasi appena udibile “jambu”. Bastano una manciata di minuti e qualche immenso sorriso per realizzare quanto poco ci voglia per riuscire a sentire il cuore davvero pieno. Le donne e le ragazze, però, ci stanno già aspettando nei campi e a noi non resta che raggiungerle. Abbandoniamo, seppur a malincuore, i bambini e ci addentriamo nella fitta giungla degli ibiharage. Le piante di fagioli si rivela…
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“Kirundi buke buke”. Kirundi poco poco. Senza dubbio l’espressione in kirundi che più ho usato fino ad ora. Giusto per farvi capire, stiamo migliorando parecchio con la lingua, riusciamo a dire quasi tutto quello ci serve, magari non in maniera impeccabile a giudicare dalle risate degli abarundi che puntualmente seguono ogni nostra frase. Il problema viene quando sono loro a risponderci, parlano velocissimo e più gli si dice che sappiamo poco il kirundi, più sembra che facciano apposta a parlare ancora più veloce.
In ogni caso nella settimana appena conclusa e durante le prossime, avremo l’occasione di esercitarci tanto, parlando con la gente. Infatti abbiamo iniziato a fare i tipici lavori burundesi, che personalmente penso siano i migliori che si possano fare. Di fatto si tratta di lavori che fanno tutti, dalla mamma con in spalla il bambino neonato, al ragazzino undicenne, passando per alcune ragazze di Nkuba che nonostante siano stampellate, non rinunciano a dare il loro contributo.…
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Abbandoniamo per un istante, o meglio, per una settimana Mutoyi e con essa la sua gente e le loro storie, le sue strade rosse sterrate e l’aria fresca e pulita che si respira in collina; accantoniamo, solo per pochi giorni, le nostre attività quotidiane. In particolare, i ragazzi la ristrutturazione della staccionata all’interno dell’ospedale di Mutoyi, e noi ragazze le attività con i bambini dell’orfanotrofio di N’kuba. Ad attenderci sarà una settimana particolare. Lunedì mattina il viaggio che ci aspettava era bello lungo: zaini pronti in direzione Bujumbura, la capitale del Burundi. In molti magari si chiederanno come mai sei ragazzi in qualità di volontari a Mutoyi si sono spostati per fare un piccolo soggiorno in capitale: come mai abbandonare le verdi colline, il fresco e la tranquillità della vita di Mutoyi scandita dalle ore di luce del sole? Sapevamo che a Buja, precisamente nel quartiere di Kigobe, ad attenderci ci sarebbero state sorella Mariuccia e sorella Giulia; tutto …
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Bwakeye mwese, ndi Davidi; bw si legge BG e la “i” centrale del nome bisogna allungarla come se fosse doppia.
Immagino si intuisca il saluto, ma traduciamolo: buongiorno a tutti, sono Davide. Oggi è il mio turno di raccontarvi, ho chiesto agli altri se avessi potuto scrivere io oggi perché vorrei condividere con voi una domanda che da qualche giorno mi sto ponendo: cosa vuol dire fare del bene?
Prima di spiegarvi il perché di questo interrogativo, veniamo alla settimana appena passata.
Il lavoro principale che ha occupato noi ragazzi lo abbiamo svolto in ospedale; lunedì mattina alle 8 ci siamo trovati in carpenteria con i muratori abarundi e abbiamo iniziato la restaurazione della staccionata di una terrazza. 600 paletti marci da togliere, olio di gomito e spazzole per tirare via la ruggine dal metallo, pennello e vernice verde per ritinteggiarlo e infine altri 600 paletti nuovi da rimontare, rigorosamente senza avvitatori ma con avambracci, grasso e cacciaviti; il legno di eucalipto…
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Ciao a tutti, sono Ari, e questa settimana sarò io a raccontarvi tre delle nostre esperienze. Il sole caldo, cielo terso, colazione fatta e siamo tutti pronti per andare a vedere il mercato di Mutoyi, che come ogni lunedì mattina accoglie centinaia di persone. Il mercato è situato su uno spiazzo di terra molto esteso sul quale sono posti degli appoggi in bambù oppure stoffe stese sul terreno con sopra la merce. Il primo impatto è stato decisamente forte, appena arrivati l’attrazione principale non era più il mercato, eravamo noi. Centinaia di persone che ci fissavano, non una che guardava in un’altra direzione, e così con gruppi di persone che ci seguivano e ci fissavano ci siamo addentrati nel mercato.
Stoffe colorate, oggetti particolari, erbe, banane, anfore, cibo insomma c’era proprio un po’ di tutto, la cosa che mi ha colpito di più è stata la sezione della carne dove teste e parti di mucca venivano colpiti ripetutamente con enormi umupanga, una specie di machete, mancavano solo…